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Articoli

Discorso di apertura del 76° Congresso Italiano di Esperanto

GLI UOMINI LIBERI SONO FRATELLI

(discorso di apertura del 76° congresso italiano di esperanto)

Segreti dell’inno nazionale polacco

          Nell’inno  nazionale  polacco  si  parla...  dell’Italia.  E  questo  inno  non  ha  l’andamento  di  una marcia seria, ma è una semplice danza popolare, una mazurca. Il suo testo non mette in evidenza la potenza  o  la  gloria  della  Polonia,  ma  ricorda  che  la  Polonia  non  è  ancora  morta.  Come  è  potuto succedere  che  una  semplice  melodia  popolare  sia  diventata  l’inno  nazionale  della  Polonia  e  in  più abbia ispirato le aspirazioni all’indipendenza di molti popoli?

La mazurca

           Tempo fa a Cervia, sull’Adriatico, mi capitò di assistere alla festa popolare Nozze col mare, e fui  sorpreso  di  ascoltare  una  mazurca  presentata  come  ballo  tipico  dell’Emilia‐Romagna.  Come  è potuta  arrivare  in  Italia  questa  danza  popolare  polacca?  Le  mazurche  furono  rese  note  in  tutto  il mondo da Chopin, però pare che in Italia fossero già conosciute quando Chopin non era ancora nato. Questo fatto è legato all’inno polacco. Un inno su un ritmo saltellante? Che strano! Di solito gli inni seguono un ritmo adatto per le marce. I testi di molti inni si assomigliano. Nelle monarchie si invoca la protezione divina sul sovrano. In generale vi si celebra la bellezza della natura della patria e la  felicità  dei  suoi  abitanti,  rispecchiando  il  concetto  dell’unità  dello  stato,  della  nazione  e  del territorio.

           L’inno polacco è diverso. La prima frase dice “La Polonia non è ancora morta”. Un mio amico australiano  mi  disse  una  volta:  “Come  si  può  cantare  un  inno  per  una  patria  che  non  è  ancora morta?” È difficile trovare una risposta per un cittadino di una nazione che esiste da non più di cento anni.  E  poi  non  si  può  capire  il  primo  verso  senza  il  secondo  ...  finché  noi  viviamo.  Noi  significa  la nazione, che esiste anche senza uno stato e un territorio, ma ha la ferma volontà di riprenderseli. E questo dice la frase successiva: Quello che ci ha sottratto una forza straniera, lo riacquisteremo con la sciabola.  Queste  semplici  parole  hanno  rappresentato  un  programma  politico  per  quasi  duecento anni. La mazurca divenne il simbolo della coscienza nazionale dei polacchi, e li aiutò a resistere sotto il  giogo  ed  a  riacquistare  l’indipendenza.  E  questo  è  il  momento  di  spiegare  che  l’inno  nazionale polacco è nato nel 1797 in Italia.

L’occidente nell’oriente

          In  tempi  precedenti  il  canto  più  famoso  del  regno  di  Polonia  era  cantato  in  latino:  Gaude mater  Polonia.  Nel  964  i  polacchi  divennero  cristiani  di  rito  latino,  legandosi  quindi  alla  civiltà occidentale,  e  nell’età  rinascimentale  furono  vivi  gli  scambi  culturali,  soprattutto  con  l’Italia,  dove venivano  sia  studenti  che  professori  polacchi:  Nicolò  Copernico  studiò  medicina  a  Padova,  nel  XVI secolo  Bona  Sforza,  moglie  di  un  re  e  madre  di  un  altro,  ebbe  un  ruolo  importante  alla  corte  di Cracovia; gli italiani influenzarono la cultura polacca in molti settori, dall’architettura all’agricoltura: i pomodori in polacco si chiamano pomidor. Come poté avvenire che quel regno potente, famoso per la sua tradizione di democrazia e tolleranza, già elemento chiave della cultura occidentale in oriente, sia sparito completamente dalle carte geografiche del continente? Il  crollo  avvenne  alla  fine  del  XVIII  secolo,  perché  in  quell’epoca  il  progresso  andava  nella direzione  dell’assolutismo,  che  trionfava  nei  regni  vicini,  Russia,  Prussia  e  Austria;  invece  lo  stato polacco‐lituano assomigliava di più a una repubblica col potere in mano alla nobiltà. I suoi re avevano il potere degli attuali presidenti, ed erano eletti da un parlamento, la Seima. Il loro potere in realtà diminuiva  progressivamente,  mentre  anche  il  potere  legislativo  del  parlamento  risultava  indebolito per la necessità di ricorrere a continui compromessi: spesso più sedute successive non bastavano per emanare una nuova legge. Tuttavia la democrazia della nobiltà riuscì a superare i suoi difetti intrinseci. Il 3 maggio 1792 il  parlamento  approvò  una  legge  costituzionale  moderna,  che  teneva  conto  della  Costituzione americana  e  della  Dichiarazione  dei  diritti  dell’uomo.  La  Costituzione  del  3  maggio  non  richiese  un mare  di  sangue,  come  era  accaduto  in  America  e  poi  in  Francia,  ma  fu  frutto  di  un  accordo parlamentare.  Questa  costituzione  apriva  le  porte  al  progresso,  dando  diritti  civili  alla  borghesia, introducendo principi di libertà, mettendo le basi per un esercito moderno. Non stupisce quindi che abbia suscitato reazioni a San Pietroburgo, Berlino e Vienna. Le potenze vicine si spartirono la Polonia nel  1795,  dopo  il  fallimento  di  una  rivolta  popolare  sotto  il  comando  del  generale  Tadeusz Kościuszko, che era diventato famoso come eroe nella guerra d’indipendenza in America. Il  trattato  formale  di  spartizione,  firmato  nel  1797,  fu  un  colpo  mortale  per  la  civiltà occidentale  su  ampi  territori  europei,  soprattutto  quelli  dominati  dalla  Russia.  Con  una  clausola segreta i tre imperatori si impegnarono ad impedire la rinascita di uno stato polacco sotto qualsiasi forma; il titolo di re di Polonia non fu rivendicato da nessuno. Eppure allora in terra italiana si levò il canto: La Polonia non è ancora morta, finché noi siamo vivi!

 Gli uomini liberi sono fratelli

           Perduta l’indipendenza, la Polonia traversò un periodo difficile. A quell’epoca risale la prima generazione  di  esiliati  in  Siberia.  Altri  patrioti  andarono  in  esilio,  soprattutto  nella  Francia rivoluzionaria, che a quell’epoca era diventata un avversario pericoloso dei tre nemici della Polonia, ed  aveva  bisogno  di  aiuto:  la  spartizione  della  Polonia  era  dovuta  anche  al  desiderio  di  bloccare  il “contagio” francese.

          A  Parigi,  in  mezzo  a  migliaia  di  emigrati  polacchi  si  incontrarono  due  amici:  Józef  Wybicki, condannato  a  morte  da  un  tribunale  prussiano,  e  Jan  Henryk  Dąbrowski,  generale  dell’esercito polacco disciolto. L’uomo politico e il generale si misero a ricostituire le forze armate polacche con lo scopo di aiutare la Francia in pericolo, e anche con la speranza  che i  polacchi in cambio avrebbero ottenuto di nuovo l’indipendenza. Il Direttorio, che aveva il potere in Francia, aprì un nuovo fronte in Italia  settentrionale,  occupata  dall’Austria,  per  ridurre  l’impegno  dei  reggimenti  francesi  che  si battevano sul Reno contro gli eserciti austriaco e prussiano.

          La  campagna  d’Italia  fu  affidata  a  Napoleone  Bonaparte,  generale  di  27  anni,  che  batté ripetutamente  l’esercito  austriaco.  Questo  è  noto,  ma  è  ignorata  dai  più  un’altra  ragione  delle sconfitte austriache. L’Austria, come la Prussia e la Russia, dopo la spartizione della Polonia cominciò a  sfruttare  i  nuovi  territori,  e  quindi  anche  a  imporre  il  servizio  militare;  sul  fronte  italiano  furono mandati  molti  reggimenti  di  polacchi:  erano  quasi  tutti  contadini,  ma  avevano  assorbito  l’idea  di combattere per la patria; fra loro c’erano reduci dell’insurrezione nazionale del generale Kościuszko, detti “falciatori” perché le loro armi spesso erano solo falci legate a un manico verticale. Non erano certo  i  migliori  combattenti  per  l’Austria:  sul  fronte  italiano  i  polacchi  disertarono  in  massa;  il generale Dąbrowski pensò di partire da loro per costituire una legione polacca in Italia.

          Il  generale  Bonaparte  accettò  l’idea,  senza  però  promettere  nulla  in  cambio.  Propose soltanto  al  governo  della  Lombardia,  che  si  stava  formando  sotto  il  suo  controllo,  di  accettare  la legione polacca nelle proprie forze armate. Il 9 gennaio 1797 a Milano fu firmato un trattato per la fondazione delle Legioni Polacche in Soccorso della Lombardia. Una particolarità di quel contratto era la  concessione  ai  legionari  della  cittadinanza  lombarda,  ma  col  diritto  di  lasciare  liberamente  la repubblica.  I  lombardi  chiesero  soltanto  che  sulle  divise  polacche  il  motto  Gli  uomini  liberi  sono fratelli fosse ricamato in italiano.

          La  Convenzione  di  Milano  è  un’anomalia  nel  diritto  internazionale:  stabiliva  un  dovere  di aiuto reciproco fra stati, che di fatto non esistevano: la Repubblica Lombarda non era ancora nata, quella polacca era stata appena eliminata. Se ambedue ne trarranno vantaggio, niente è impossibile in  politica  commentò  Józef  Wybicki,  che  a  breve  avrebbe  creato  un  inno  per  uno  stato  che  non esisteva, mentre la Lombardia confluiva nella Repubblica Cisalpina.

 Le legioni polacche

        Conseguenza della Convenzione di Milano fu il proclama del generale Jan Henryk Dąbrowski, pubblicato  nel  Corriere  Milanese  il  14  gennaio  1797  e  nella  Gazzetta  di  Bologna  due  settimane  più tardi. Il proclama rendeva nota l’istituzione delle “Legioni Polacche” in Italia, e fu diffuso dalla stampa francese e tedesca nella Polonia occupata. Anche la Repubblica Lombarda fece appello ai polacchi: Le vostre forze unite con quelle italiane ci porteranno entrambi alla meta desiderata. Nelle  legioni  confluirono  non  solo  prigionieri  e  disertori  dell’esercito  austriaco,  ma  anche esuli  dalla  madrepatria.  Alla  fine  della  primavera  del  1797  davanti  al  duomo  di  Milano  il  generale Dąbrowski pronunciò un discorso ai primi mille legionari, che partirono subito per il fronte. Intanto al centro  di  raccolta  di  Bologna  continuavano  ad  arrivare  volontari,  che  venivano  poi  distribuiti  ai battaglioni di Ferrara, Mantova, Parma, Ravenna, Reggio, Urbino e Milano: in breve tempo il generale Dąbrowski poté contare su oltre diecimila soldati in armi.

          All’inizio del 1799 il generale Bonaparte sconfisse l’esercito austriaco in una serie di battaglie, a cui parteciparono le legioni polacche. I polacchi combattevano convinti che al seguito di Napoleone trionfante sarebbero arrivati fino a Vienna, da cui le città regali di Cracovia e Leopoli distavano solo pochi  passi.  Ma  il  corso  improvvisamente  bloccò  la  sua  offensiva  e  firmò  armistizi  a  proprio vantaggio. Quando tacquero i cannoni, le legioni polacche persero la loro ragione d’essere, mentre la corte  di  Vienna  poneva  come  condizione  per  l’armistizio  lo  scioglimento  dei  battaglioni  polacchi. Napoleone rifiutò, ma acconsentì a spostare il loro quartier generale da Bologna a Reggio Emilia.

 L’inno

           Nel  luglio  1797  venne  a  Reggio  Józef  Wybicki.  Il  generale  Dąbrowski  lo  sorprese  con  una parata  militare,  con  i  legionari  che  sfilavano  fieri  nelle  loro  divise  polacche.  Wybicki  si  trattenne qualche giorno, colpito dall’atmosfera familiare che si era stabilita fra soldati e ufficiali. Non mancava un’attività culturale, si scrivevano poesie, si cantava, si ballava, si mantenevano buone relazioni con la  popolazione  locale.  Probabilmente  furono  queste  le  circostanze  per  l’introduzione  della  mazurca polacca.

          Józef  Wybicki  era  un  politico  e  un  intellettuale,  aveva  anche  scritto  drammi  e  libretti operistici.  Ascoltando  a  Reggio  i  canti  della  truppa,  il  suo  orecchio  fu  colpito  da  una  piacevole melodia  col  ritmo  di  mazurca,  per  cui  scrisse  un  testo  che  cantò  lui  stesso  ai  legionari  il  27  luglio 1797.  Tutte  le  altre  opere  letterarie  di  Wybicki  sono  ormai  dimenticate,  ma  con  questa  canzone militare è entrato nella storia. La prima strofa, tradotta in italiano, suona all’incirca così:

           La Polonia non morirà mai, finché noi respireremo.

           Quanto lo straniero ha tolto, con la sciabola riavremo.

           Marcia, marcia Dąbrowski dalla terra italiana,

           Guidaci a portare la libertà alla Polonia!

           I  legionari  apprezzarono  la  canzone,  che  non  tardò  a  raggiungere  il  territorio  polacco  col nome di Canzone delle legioni o Mazurca di Dąbrowski. Nella patria oppressa si cantava la mazurca in attesa  dei  legionari.  La  strofa  successiva  inneggiava  al  ritorno  in  patria  con  Bonaparte:  questo rafforzava  nei  legionari  la  convinzione  che  avrebbero  raggiunto  la  patria  per  la  via  più  breve, attraverso l’Austria, al seguito di Napoleone. Ma Napoleone firmò la pace con l’Austria e disperse i legionari su diversi fronti, in parte a Haiti, dove molti trovarono la morte per malattie tropicali. Solo quando,  divenuto  imperatore,  dopo  la  battaglia  di  Jena  decise  di  attaccare  la  Russia,  e  il  territorio polacco si trovava sulla sua strada, si ricordò che le legioni polacche potevano tornargli utili. Nel 1806 Napoleone convocò il generale Dąbrowski a Berlino e gli offrì la possibilità di riportare quanto restava delle legioni in Polonia, se pure non da terra italiana. L’anno successivo vide la nascita di uno stato a sovranità limitata, il Granducato di Varsavia. La legione costituì la base di un nuovo esercito polacco, che arrivò a contare 100 mila uomini. Questo esercito rimase fedele a Napoleone e si sacrificò per lui a Mosca nel 1812 e a Lipsia

 Un successo europeo

                   Morì  il  generale  Dąbrowski,  non  c’erano  più  legioni  in  Italia  né  altrove,  ma  i  polacchi continuavano  a  cantare  Marcia,  marcia  Dąbrowski  dalla  terra  italiana  alla  Polonia...  La  canzone  li accompagnava  nelle  rivolte  che  scoppiavano  nelle  tre  regioni  della  Polonia  occupata,  e  che  furono ovunque  soffocate  nel  sangue.  A  seguito  di  ogni  repressione  ci  fu  un’emigrazione  di  massa  verso l’Europa  occidentale  e  meridionale,  e  gli  esuli polacchi  venivano  spesso  accolti  con  la  Mazurca  di Dąbrowski. Le parole venivano adattate alle circostanze attuali, sia in Polonia (se ne contano migliaia di  versioni),  sia  altrove  (in  Germania  alcune  centinaia).  Il  successo  principale  fu  tra  le  popolazioni slave, che come i polacchi erano sottomesse agli stessi tre imperi. Nel 1848 fu convocato a Praga il Congresso Slavo: fu subito disciolto dalla polizia austriaca, con l’arresto degli organizzatori; tuttavia lasciò un’impronta,  l’Inno  Slavo,  il  cui  testo  in  ceco  fu  opera  del  poeta  slovacco  Samuel  Tomášik sull’aria  della  Mazurca  di  Dąbrowski;  la  parola  Polonia  fu  sostituita  da  patria.  Lo  stesso  Tomášik tradusse  il  testo  in  slovacco,  seguirono  altre  versioni:  ucraina,  slovena,  serba,  croata,  addirittura sorabica. La mazurca polacca, cantata in lingue diverse, aveva la funzione di inno per nazioni senza stato, e dava speranza di indipendenza. Più tardi tutti, con l’eccezione dei sorabi, hanno costituito i propri stati e creato i propri inni. Solo la Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale rimase fedele alla melodia polacca, trasformata in un inno partigiano con un testo diverso e con ritmo di marcia.

         All’epoca in cui molti esuli polacchi emigravano in Europa, il popolo di un’altra nazione senza stato,  l’Italia, cominciò  a  cantare  canzoni  che  inneggiavano  all’unificazione  nazionale  e dell’indipendenza  dall’impero  d’Austria,  che  allora  la  dominava;  la  più  nota  fu  il  Canto  degli  Italiani, eseguito per la prima volta nel 1847; nell’ultima strofa era auspicata la fine dell’aquila d’Austria, che aveva bevuto il sangue d’Italia e il sangue polacco, riconoscendo così la comunanza di destino fra i due popoli.

 La libertà cantando

          La Polonia divenne indipendente alla fine della prima guerra mondiale. Si dice che i polacchi abbiano  ottenuto  la  libertà  cantando,  perché  nel  tempo  dell’oppressione  nel  territorio  polacco spartito la canzone dei legionari era stata il simbolo del sentimento nazionale e allo stesso tempo un programma politico. Ma il canto mitico non divenne subito l’inno della Polonia indipendente: molti polacchi  non  erano  d’accordo,  e  mettevano  in  evidenza  l’anacronismo  del  testo.  Dopo  lunghe controversie la tradizione ebbe il sopravvento sulla logica: nel 1926 la Mazurca di Dąbrowski, con le quattro strofe del testo originale di Józef Wybicki, fu proclamata ufficialmente l’inno nazionale della Polonia.

         Durante  la  seconda  guerra  mondiale  cantare  quella  melodia  divenne  un  reato  passibile  di condanna a morte nelle zone occupate dalla Germania e dall’Unione Sovietica, che nel 1939 si erano nuovamente spartite la Polonia. Ma in seguito la Polonia rimase l’unico stato del blocco sovietico a conservare  il  proprio  inno:  probabilmente  Stalin  ritenne  che  non  valesse  la  pena  di  indispettire  i polacchi per una canzone, anche se questa continuava a ripetere che la Polonia non è ancora morta. Negli anni ’80 la Mazurca divenne nuovamente un simbolo di ribellione.

          E  così  passano  i  secoli,  crollano  gli  imperi,  si  trasformano  le  mode,  la  Polonia  ha  aderito all’Unione Europea, ma i polacchi continuano a invocare il generale defunto perché marci dalla terra italiana alla Polonia... E anche in Italia la memoria sopravvive: nel 1946, a quasi cent’anni di distanza dalla  prima  esecuzione  in  pubblico,  il  Canto  degli  Italiani,  noto  ora  come  Inno  di  Mameli  dal  nome dell’autore, è diventato l’inno nazionale: anche questo inno era anacronistico, l’aquila d’Austria non volava  più  da  quasi  trent’anni,  ma  il  testo  è  rimasto  immutato,  e  l’ultima  strofa  ricorda  ancora  la comunanza di destino fra i due popoli: è un esempio forse unico di inno nazionale che sancisce un legame di fratellanza con un popolo diverso.

         E  qui  a  Cassino  la  memoria  è  concreta.  65  anni  fa  i  soldati  polacchi  cantavano  qui  Marcia, marcia Dąbrowski dalla terra italiana. All’assalto fra le rocce ripide erano sicuri che, travolta la linea Gustav,  la  loro  marcia  vittoriosa  sarebbe  continuata  verso  il  nord  lungo  la  via  più  breve  verso  la patria.  Rimasero  delusi,  come  i  legionari  150  anni  prima:  Stalin  e  Roosevelt  avevano  già  spartito l’Europa, una spartizione che sarebbe durata per molti anni.

 Il treno Zamenhof

           Ma  non  per  sempre.  Lo  dimostra  questo  nostro  incontro  di  Cassino,  teatro  della  battaglia forse “più internazionale” della seconda guerra mondiale. Durò cinque lunghi mesi; nelle sue quattro fasi  perirono  quasi  centomila  uomini:  nell’esercito  britannico  combattevano  fra  gli  altri  australiani, neozelandesi,  indiani;  nei  reggimenti  francesi  la  maggioranza  consisteva  in  marocchini  e  algerini. Compito  dei  polacchi  era  conquistare  il  monte  dell’abbazia:  come  già  detto,  tutti  erano  convinti  di andare dalla terra italiana alla Polonia. Questo non si avverò, e non soltanto per quelli che rimasero sul campo, ma anche per gli altri, per ragioni politiche.

          Eppure  io  sono  in  debito  con  loro.  Fra  poco  tornerò  dalla  terra  italiana  alla  Polonia,  da Cassino a Varsavia, in piena libertà, senza bisogno di sciabola o di carabina. Sono venuto al congresso italiano di esperanto direttamente dal congresso internazionale di esperanto, svoltosi a Bjalistok nel 150° anniversario della nascita di Ludovico Zamenhof. Per me è un miracolo. E tutti i giorni alle 5.40 da Bjalistok parte il treno Zamenhof che traversa tutta la Polonia fino al capolinea di Bielsko‐Biala, da cui  si  può  proseguire  per  qualsiasi  destinazione.  All’epoca  di  Zamenhof  per  fare  un  viaggio  così  si sarebbero dovuti attraversare diversi imperi. Quando, all’inizio del XX secolo, la lingua internazionale si affacciò oltre i confini della terra degli zar, non tardò a scoppiare la guerra mondiale. Fu un colpo fortissimo per l’idealista Zamenhof. Ma gli anni di guerra mostrarono un altro lato della sua genialità: il  creatore  dell’esperanto  si  dimostrò  un  politico  di  ampie  vedute,  di  fatto  un  profeta.  Alla  fine  del 1914, mentre la guerra era ancora nella sua fase iniziale, Ludovico Zamenhof era già proiettato al di là  della  sua  conclusione,  e  il  suo  Appello  ai  diplomatici  fa  proposte  molto  chiare:  Comincerete semplicemente  a  ritracciare  e  a  rammendare  la  mappa  dell’Europa?  (...)  Ogni  apparente  atto  di giustizia verso un popolo sarà contemporaneamente un’ingiustizia verso un altro (...) Sarebbe la cosa migliore se, invece di avere diversi stati europei grandi e piccoli, avessimo gli “Stati Uniti di Europa”. Zamenhof  proponeva  anche  l’istituzione  di  un  Tribunale  Europeo  Permanente.  Le  sue  idee  si  sono realizzate. Gli ideali sono indistruttibili!

          Fino a poco tempo fa non si poteva nemmeno immaginare una carta geografica dell’Europa “senza rammendi”, come non era possibile inventarsi il treno Zamenhof. Il continente era avvolto in una  fitta  rete  di  confini,  che  in  parte  erano  giustamente  chiamati  “cortina  di  ferro”.  Ora,  saliti  sul treno  a  Bjalistok,  si  può  continuare  il  viaggio  per  tutta  l’Europa,  fino  a  Lisbona,  senza  accorgersi  di confini, perché nessuno viene a controllare il passaporto. Solo dai nomi delle stazioni e dalla parlata dei passeggeri che entrano si può intuire in che stato ci si trova. È vero, son tante le lingue in Europa, e  si  mostrano  “muri  secolari”:  Zamenhof  ha  ancora  ragione.  Marjorie  Boulton  esprime  lo  stesso concetto in due versi: 

          Si è spento l’oculista nel corso del conflitto,

         senza avere ancor vinto, ma nemmeno sconfitto!

                                                                              Roman Dobrzyński ,  Cassino, 29 agosto 2009  

Nota sull’ultimo capitolo: Ludovico Zamenhof, l’iniziatore dell’esperanto, nacque a Bjalistok nel 1859, esercitò la professione di oculista e morì nel 1917; Marjorie Boulton è la più prestigiosa poetessa in esperanto.

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